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Stereotipi parole

Stereotipi, archetipi moderni?

Oh, guarda quella è proprio lo stereotipo della bellezza!
Ma dove? Io ho altri parametri. A me non piace.

Il cervello ha un peso di circa il 2% rispetto al corpo; eppure, consuma il 20% delle sue energie. Viene da dire che, come i computer, tenda ad andare in risparmio energetico il più delle volte.
A farne le spese è la chiarezza conoscitiva fatta di quei dettagli specifici che vengono perlopiù generalizzati per risparmiare tempo e zuccheri nel sangue di cui l’organo del pensiero sembra vada ghiotto.

Oggi non parleremo di generalizzazione, cancellazione e distorsione, così come di conoscenza attraverso il linguaggio e le sue categorie, bensì di giudizio e giustificazione.

Per farlo, andremo alla fonte, all’origine della parola.

Mirella, cosa significa STEREOTIPO in profondità?

Anzitutto siamo di fronte ad un composto del quale si distinguono due ingredienti.

STEREO-

Significa forte. Ne deriva stereofonia, ossia voce forte, solida perfino. Stereo però ha anche il significato di duro. Lo Stereotipo, quindi conduce pericolosamente a “terreni” di durezza di pensiero. Stereo, quindi è “Sterile”, cioè non produttivo di novità, immutabile in quanto duro nella propria accezione della realtà e del ciclo trasformativo. Non per nulla la parola “cultura” si riferisce sia alla terra interiore, sia a quella esterna: entrambe sono produttive finché non si delira, cioè si va fuori dal seminato, nel terreno duro che non si apre accogliendo per far in seguito germogliare.

Veniamo ora al secondo ingrediente della parola.

-TIPO

Typos (τύπος) , dal greco battere. Si tratta di un colpo, qualcosa che lascia il segno, un’impronta, un marchio indelebile. Potremmo definirlo un segno, come ricorda la parola inglese “brand”, ovvero la bruciatura di appartenenza ad un gregge operata dai mandriani.
“Tipo”, perciò è una generalizzazione uniformante: quella mucca è stata classificata così, ha un marchio, un’etichetta che la differenzia dalle altre che ce l’hanno e anche da quelle libere. In questa accezione, quindi “tipo” prende il senso di nome, cioè un’allusione significativa ad un insieme creato per semplificare la ricerca.
Per estensione vale anche “modello”, cioè paradigma con cui confrontare una cosa per capire a vista d’occhio se è o meno assimilabile a quella che si crede di conoscere. Tipografia è l’esempio massimo di come “tipo” possa fungere sia da “colpo” recante il peso della rotativa, sia da “lettera” in quanto segno invariabile con cui si possono comporre frasi e interi libri.
In sintesi etimologica, lo stereotipo si fonda su costanti fisse e ripetitive che non prevedono che le cose cambino o che esistano altrimenti. Esso insomma è ciò che sta più o meno incontrovertibilmente e necessita di una forza uguale e contraria alla sua definizione e storicità per essere rimosso. L’esempio più facile è quello dei tatuaggi… prova a rimuoverne uno di vent’anni sceso ben in profondità, andato sotto pelle… e la colonna sonora che sentirai in stereo sarà “I got you under my skin” di Frank Sinatra.

Stereotipi, archetipi moderni, parole e immagini diventati memoria corporale, indipendente dai pensieri del qui e ora: una banca dati a cui attingere velocemente, attraverso il pilota automatico, quel servo meccanismo proprio dell’inconscio così difficile da raggiungere quanto da riprogrammare. Si tratta di razionalizzazioni individuali o collettive che aiutano il nostro processo cognitivo garantendo fluidità e coerenza di significato.

Uno stereotipo è uno strumento della mente veloce come una spada: anziché sciogliere il nodo lo taglia di netto, lasciando la corda più corta, ma garantendo comunque una certa immediatezza della comprensione. Lo stereotipo è come una maschera da notte: in sua presenza anche se apri gli occhi vedi tutto nero come te lo aspetti.

Tu chiamale se vuoi…illusioni…o… bias di conferma.
Ogni individuo in quanto tale deve garantire che il proprio parere differenziante prosperi.
Come conseguenza di questo fatto si autoconvince, si illude che tutto ciò che vede sia tutto ciò che c’è come dice Kahneman nel suo libro più famoso.
Lo stereotipo è l’asso piglia tutto: raccoglie in sé molti significati e polarizza l’attenzione in modo totalizzante. Per lo stereotipo esiste solo il bianco o il nero: o un’esperienza è categorizzabile, o non lo è!
Prendiamo ad esempio i colori fluo, il fare romantico, bohemien… o meglio ancora il vintage. Chi forma queste categorie e ha il potere di dire “dentro o fuori”?

Sicuramente l’autorevolezza e la riprova sociale, a livello collettivo possono stereotipare dei concetti per le masse, rendendoli fissi e così ben radicati da far fondare o distruggere vite in dipendenza da una data etichetta appiccicata a livello sociale.

A livello personale il bias che crea stereotipi è quello di impegno e coerenza: promettendo a se stessi o ancor di più in pubblico, l’effetto è quello di rimanere fedeli e granitici alla parola data. Non per nulla la virgo Andromeda incatenata alla roccia diventava preda del mostro ovvero delle emozioni dell’ES! Lo stereotipo è anche la dura pietra Agelastos (Αγέλαστος Πέτρα), letteralmente sasso senza sorriso, a cui nel mito la dea Demetra rimase ancorata perdendo lucidità per via del rapimento della figlia.

Gli stereotipi impoveriscono il potere conoscitivo, riducono la meraviglia, addormentano l’estro e rendono sterili i ragionamenti, ma hanno anch’essi la loro utilità: aiutano a rompere gli indugi e a partire saltando a conclusioni discutibili quanto immediate.

La mente razionale, libera dall’effetto alone e dall’ euristica della rappresentatività*, non soffre degli auto-inganni a fin di bene, ma consigliamo di usarla consapevolmente nelle relazioni, cum grano salis, ossia al bisogno perché sembra renda tutto cavilloso e poco spontaneo allontanando le persone.

L’ideale è allenare l’inconscio a riconoscere gli stereotipi mediante lo studio dei processi cognitivi e al tempo stesso continuare a usarli perché come diceva Aristotele l’uomo è animale sociale e aggiungiamo noi, società senza stereotipi non si è mai vista.

Da ultimo, ciò che puoi portarti a casa da questa lettura, una perla tra mitologia e filosofia contemporanea.

Molti sanno della teoria del cigno nero di Taleb. Essa si fonda sulla credenza del cigno bianco come unica modalità possibile per l’animale della sua specie. Poi capita un imprevisto che rompe gli schemi. Si scopre il cigno nero dall’altra parte dell’oceano. Lo stereotipo che ci affascina è un “cigno bianco” come tutti gli altri: esso ci rende persino le opinioni più facili da catalogare, il mondo più prevedibile e la vita apparentemente più serena.
Cigni bianchi, cigni neri: l’errore smentisce la regola e lo stereotipo.
Il problema è quello dell’economia cognitiva dove è previsto il raggruppamento per un miglior controllo. Tutto sbagliato? Tutto giusto? Il merito è solo di chi s’impegna a conoscere a fondo i concetti e usarli nel modo più responsabile possibile.

Ti ringraziamo della tua attenzione.

Mirella M. Romanini & Dario Ramerini

*espressi da Kahneman in Pensieri lenti e veloci.

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