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Simboli nella comunicazione articolo di Edoardo Morelli e Dario Ramerini

Simboli come vascelli sul fiume della comunicazione

Enigmi che dialogano muovendosi silenziosamente

Insieme possiamo parlare di simbolismo a vari livelli e per questo siamo felici di poter battere i tasti di questo nuovo articolo a quattro mani.

Storia, mitologia, Quabbalah, magia e chi più ne ha più ne metta.

Visibilia ex invisibilibus, nonché il processo inverso, invisibilia ex visibilibus: chi è iniziato al simbolo può vedere l’invisibile, cioè il messaggio di fondo, il perché che lo anima.

I simboli sono magnetici: essi fanno andare in trance chi li guarda con attenzione. Ogni simbolo è una soglia, una porta per il mondo di Altrove: il viaggio è diverso per ognuno di noi, ma di fronte ad esso il corpo rimane solo, abbandonato, spoglio delle sue certezze per essere investito simultaneamente di una luce nuova. 

“Eureka, ho trovato! L’enigma è stato svelato! Ciò che è sempre stato davanti ai miei occhi non è così come lo credevo. L’ovvio si è manifestato!”

Per quanto riguarda i simboli che vendono, la logica è tanto semplice quanto coinvolgente.

Durante la vita entriamo in contatto con miriadi di essi.

Naturalmente li interiorizziamo attribuendogli un significato particolare in grado di emozionarci.

Molti sono comuni per cultura ed estrazione sociale e vengono usati per comunicare.

Una freccia, per esempio, è un segnale universale di direzione: essa guida lo sguardo al suo invisibile obiettivo. Puntata in alto trasporterà la coscienza di chi la vede proiettandola e sollevandola.

Spesso è associata anche alle armi e alla lotta: diventa così anche elemento di forza, grazie alle sue linee nette e appuntite.

Simboli sono anche le parole: non solo i neologismi, ma anche quelle che assumono un significato speciale.

O.K. è una di queste.

In origine era la sigla di un club, lo sapevi?

Adesso è il simbolo della perfezione, dell’accordo qualitativo, del “volemose bene”.

Anche i colori sono simboli.

Storicamente il blu scuro è usato in ambito militare mentre il porpora in quello ecclesiastico.

Ormai abbiamo interiorizzato il posizionamento di queste cromie e quando le ritroviamo in un logo per esempio, non possiamo fare a meno di evocare la sensazione di rispetto e autorevolezza.

Dove sta il pericolo comunicativo in tutto ciò?

Il pericolo è quello interculturale.

Immaginati la tua immagine aziendale… Bella, giovanile, dinamica… Arancione!!

La esporti in Asia dove l’arancione è quello spirituale dei monaci… Aiah! 

Pensa ora alla tua campagna pubblicitaria.

Bella, paradisiaca, candida… Bianca!

Provi a proporla in Giappone e tutti si toccano (non sappiamo se fanno questo gesto in Giappone ma rende l’idea) 😊

Purtroppo dalle loro parti il bianco è associato al lutto.

Per mettere a terra, usare in Italia motivi che richiamano i fiori di ciliegio non evoca particolari sensazioni se non quelle associate genericamente alla bellezza, mentre in Giappone il simbolo si carica invece di crescita, rinascita, prosperità. Il suo nome è “sakura”, colore così inconfondibile per quella cultura da richiamare alla memoria profumi e sapori inebrianti.  

Devi sapere che ci sono quattro strati, cioè profondità diverse nell’estrazione del simbolo.

1. Letterale, visivo, superficiale.

2. Allegorico, un ammiccamento che sta appena sotto l’apparenza del simbolo.

3. Morale: il segno che insegna.

4. Anagogico, segreto accessibile solo attraverso la chiave di lettura.

Dante nel IX canto dell’inferno ce lo dice:

“O voi ch’avete li ‘ntelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde sotto ‘l velame de li versi strani”

Il potere è nei simboli come testimoniano i testi sacri, scritti intrisi di immagini mistiche, capaci di generare racconti in grado di unire popoli interi attraverso i secoli.

Potenti è?!

I simboli sono geroglifici, incisioni sacre che possono lasciare il segno in chi li osserva con attenzione. 

Essi sono come il punctum descritto da Roland Barthes nella “Camera lucida”: scatenano una ricerca transderivazionale, ci invitano a riempire col nostro vissuto i pezzi mancanti del puzzle per vedere la faccia dell’assassino.

Puoi immaginare un simbolo come il mezzo biglietto da 5 dollari del film Serendipity: vedi che manca un pezzo, ma non sai quale sia finché non lo immagini col cuore.

Beh, ci sarebbero tante altre cose da scrivere sui simboli.

Se hai fatto caso a questo articolo e ti è partito il trip dei simboli comunicativi, puoi farcelo sapere.

Sarebbe bello scriverne ancora su tuo suggerimento.


Edoardo Morelli & Dario Ramerini