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E quindi ciao articolo di Marina Ruberto e Dario Ramerini

E quindi ciao, la risposta del pregiudizio

Un passo indietro.

In questo articolo a quattro mani quelle di Marina Ruberto e le mie parleremo di pregiudizio: quel solco nel disco che ci porta sempre e necessariamente nello stesso punto mentre compie un giro inconsciamente più piccolo.

Chi non ascolta finisce murato vivo a casa sua, nell’angosciosa comodità della propria affabile zona di comfort.

La maggior parte di noi è convinta di non avere un determinato tipo di pregiudizio, ma nessuno è salvo da tutti gli altri! Il pregiudizio nasce dall’avere già una propria verità, un percorso tracciato e tutte le risposte in tasca. 

Insomma: un piano di vita preconfezionato, un grande gioco dell’oca per grandi e piccini!

Confezionato quando? Chi lo sa. Magari addirittura da piccoli e poi “ritoccato” strada facendo ma che, in ogni caso, adesso va benissimo com’è. Un piano in atmosfera modificata, una lauta merenda da consumarsi ad ogni calo di energie… perché sì, cambiare idea consuma alquanto!

Perché farlo? È una fatica. Il verbo inglese “to listen” vuol dire proprio questo… “to pay attention”: ascoltare costa! E la natura, invece, ci ha insegnato a risparmiare tempo, fiato, parole e persino pensieri. La ruota del criceto potrebbe anche produrre elettricità, volendo… perché scendere?

Per ascoltare qualcosa di nuovo, per esempio.

“Ti ascolto, persona diversa da me. Ma ti odo solamente fingendo di prestare orecchio. In realtà ho ragione io: prendo solo elementi dal tuo dire, raccolgo prove… poi te lo dimostro. La tua posizione è sbagliata, tra poco lo saprai anche tu! Le tue idee non corrispondono alle mie e quindi ciao, ci siamo intesi. Così si dice”.

Non so se ti ritrovi in questo schema… a volte lo mettiamo in atto anche senza saperlo, schivando chi ci si avvicina. “Veritas est vir qui adest” diceva Agostino d’Ippona, intendendo forse che la verità è un omone peloso che ci viene addosso. Un bel problema ascoltarlo. Meglio schivarlo, no?

Ma quante cose ci perdiamo, ascoltando solo noi stessi?

E poi, come fare a conoscere qualcosa in più di sé rimanendo soli nelle proprie solide incertezze?

Se per il tempo di un respiro riuscissimo a far tacere il nostro ego e mollassimo un po’ percorsi, scorciatoie e armature concettuali per aprirci senza riserve, probabilmente potremmo imparare qualcosa.

Ma ci vuole una motivazione molto forte, per fare un passo indietro. 

Forse solo uno shock, un trauma, una malattia, un grande dolore o un grande amore, sono in grado di polverizzare tutte le granitiche convinzioni stratificate e farcele riconsiderare alla luce di un’altra prospettiva. Ci vuole un colore fuori gamma, una nota fuori scala…uno sconfinamento oltre la soglia dell’ignoranza collettiva… ecco, sì, ascoltando si potrebbe andare dallo stereotipo al particolare e poi, da quello, tornare all’universale. Si potrebbe provare a capire cosa ci stanno dicendo le persone veramente! 

Anche in questo caso il Cinema è Maestro. Ricordi Philadelphia, capolavoro di Jhonatan Demme?

Andrew Beckett/Tom Hanks, malato terminale, si sta facendo difendere da Joe Miller (Delzel Washington), in una causa intentata agli ex soci per discriminazione omofoba.

Nella scena cardine, Joe, che inizialmente condivide i pregiudizi sugli omosessuali, va a trovare Andrew per prepararlo all’udienza del giorno dopo. Ma Andy sta ascoltando un disco. L’opera è l’Andrea Chenier di Giordano; l’aria “La mamma è morta” interpretata da una vibrante Maria Callas.

Il giovane, attaccato a una flebo che è diventata la sua ombra, è in piedi, in vestaglia, allo stremo delle forze, ma totalmente, visceralmente, appassionatamente compenetrato nella musica. E spiega. Spiega al suo difensore in poltrona, cosa succede in quel punto dell’opera e cosa “sente” la protagonista. E di fronte a un uomo che si avvicina, via via, sempre meno barricato nel suo ordine mentale, Andy svela non solo se stesso e la profonda sensibilità della sua anima, ma la Musica, il dolore, la compassione, l’amore, la vita.

La musica è la musa suprema che parla la lingua universale dell’ascolto. In lei non ci sono parole con un senso, ma note colorate multisenso. Il tempo dell’ascolto è una musica a spirale, un incrocio dell’anima col corpo. Chi ascolta ha la pienezza di vita perché può sentire il battito del cuore; prende il polso all’altro per perdersi nel suo flusso misterioso.

L’espressione di Joe, ormai vinto, è ciò che si può definire “magia della comprensione”: l’ascolto rende più grandi (magis) di prima! Ascoltare è un po’ comprendere; come fanno gli organismi piccolissimi che non filtrano; piuttosto inglobano tutto e poi scartano l’eccesso, il sovrappiù, la buccia che non serve. Così nel film, in quel momento, l’avvocato ha messo da parte le sue difese e accettando di lasciarsi travolgere, impara, assimila, comprende ciò a cui sta assistendo. Non lo interpreta: lo sente come colui che glielo trasmette.

E forse, sarebbe bello pensarlo, non giudicherà mai più nessuno prima di averlo conosciuto.

Prima di averlo a-scol-ta-to lentamente, con un’anima nuova.  

Interpretare è tradurre e quindi tradire, contaminare il pensiero dell’altro coi nostri gusti, per farlo tornare. L’ascolto, invece, è prendere a braccetto l’opinione dell’altro per farci un giretto. E’ andare di pari passo; una chiamata, una vocazione… l’intenzione di accordare come un diapason, lo strumento della relazione

E quindi ciao, come stai?

Abbiamo tempo per ascoltarti adesso.

Vuoi dire qualcosa?

Marina Ruberto & Dario Ramerini