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Gentilezza nella comunicazione

Gentilezza inaspettata nella comunicazione

Fai il bravo…Sii gentile.

Più o meno ognuno se lo è sentito dire almeno una volta.

Secondo noi in queste semplici parole si nasconde un errore di concetto, anzi due.

Il primo è associare “bravo” e “gentile”, due caratteristiche che non si presuppongono tra loro, mentre il secondo riguarda la gentilezza, relegandola ad un atteggiamento da sfoggiare all’occorrenza per compiacere qualcuno.

Frasi come queste hanno creato della gentilezza un’immagine sottomessa.

Una sorta di Andromeda moderna, incatenata ai pregiudizi distorti di un mondo dove il gentile soggiace alla volontà del prepotente.

L’atteggiamento di una persona gentile e paziente è generalmente interpretato come remissivo e debole, il suo silenzio per disinteresse e l’attesa di risposta per indolenza.

Gentile = nobile

Questa è un’equivalenza complessa derivata dal passato, ma con un po’ di pazienza possiamo scioglierla.

Ai tempi dei romani la gens era formata dai successori di chi aveva compiuto un’impresa valorosa e per quella si era messo in evidenza: era diventato un esempio per il popolo che gli aveva concesso lustro.

Per via dei suoi natali il gentile si comportava secondo un ethos, ossia un etichetta di buone maniere che lo distinguevano dal volgo che per definizione ne era privo. Per converso ne derivano le definizioni di clown (da colonus) e di villano per indicare persone non conformi ai costumi gentili… Non per nulla in inglese il nemico malvagio si dice “villain”.

La trasformazione semantica di “gentile patrizio” in “gentile affabile” è a tutto favore della nobiltà d’animo, ovvero quella magnanimità che consente di non arrabbiarsi grazie all’acquisizione di una prospettiva più grande dalla quale guardare l’altro e se stessi simultaneamente. Ne deriva la ferma gentilezza cioè l’accettazione simultanea dell’altro e di noi stessi in una relazione tra pari che guarda all’interesse condiviso. Gentilezza, allora, è ascoltare e accogliere senza pregiudizio mettendo i propri valori e le proprie convinzioni momentaneamente in stand-by al fine di non distorcere il messaggio dell’altro per farvelo aderire prima ancora di averlo valutato attentamente.

Questo atteggiamento non è da confondere con la ceca accettazione: esso è frutto della consapevolezza della diversità e dell’interdipendenza delle persone e degli eventi.

Essere gentili certo non è cedere il passo ad ogni occasione, ma accettare il fatto di poterlo cedere quando è il caso non sentendosi ad esempio in imbarazzo a fare un complimento.

A nostro parere, essere gentili vuol dire aver a cuore la crescita degli altri almeno quanto abbiamo la nostra!

La gentilezza è quindi un’espressione dell’intelligenza, nella manifestazione di quell’accoglienza intuitiva che conoscendo il bene non ha altro modo di esprimersi se non il farlo all’altro.

Per contro sembra che anche l’invidia possa essere “gentile” …

Con l’ossimoro “invidia gentile”, intendiamo qualcosa di diverso da quel moto interiore che fa “desiderare la roba d’altri”, bensì ciò che fa desiderare di capire come “gli altri” abbiano fatto ad ottenere quella “roba”.

Si può tranquillamente crescere per ispirazione ed è giusto guardare a chi è più avanti di noi consci che anche noi possiamo essere d’ispirazione per qualcuno che potrebbe guardarci con quegli stessi occhi.

La gentilezza poi è un’arma importante di persuasione. Cialdini cita quel meccanismo per il quale siamo portati a “rendere” a chi ci ha dato qualcosa.

In quanti online ci regalano gentilmente dei manuali in cambio della nostra mail?

Sfruttano l’uso comune e la cultura sociale condivisa per i quali se non si “contraccambia” ci sentiamo in difetto, dei parassiti approfittatori.

Essere gentili si fonda sull’atteggiamento del dare: dare attenzione, dare ascolto, dare disponibilità.

Le persone che ricevono saranno meglio disposte a venirci incontro a loro volta.

Certo dobbiamo accettare l’amara sconfitta di essere stati i primi a dare. 😊

Allora ci può venire in aiuto “Kind”, l’aggettivo inglese traducibile con gentile.

“Be kind”, essere gentili, intende allora l’essere speciali, cioè dello stesso tipo (kind) dell’altro.

La miseria dell’altro, ovvero il suo mancare in qualcosa, tocca il nostro cuore ed ecco la misericordia.

Essere gentile, allora significa riempire la mancanza, appianare le buche tra sé e l’altro sentendo la strada comune più agevole.

Capita anche in ufficio.

Pensa a colleghi con i quali, a più riprese, sei stato disponibile e hai prestato aiuto.

Verrà certamente il giorno in cui avrai bisogno di qualcuno di loro e il tuo atteggiamento passato segnerà la differenza tra un pronto aiuto e un “mo me lo segno”.

La persona gentile, per concludere, non è un bischero, per parlare toscano.

Per quanto sia il primo a dare, è anche il primo a tirare i remi in barca e a gettare fuori bordo gli approfittatori.

Sa ammutinarsi e riorganizzarsi gentilmente per fare i suoi interessi perché è cosciente che non può dare agli altri se prima non è in pace con sé stesso.

Per vivere bene dobbiamo circondarci di persone gentili.

Le persone gentili sembrano saperlo bene 😊


Edoardo Morelli & Dario Ramerini