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Anventidità le parole contano articolo di Barbara Galli e Dario Ramerini

Aventidià le parole contano

Le parole influenzano i pensieri.

I pensieri impattano sui comportamenti.

I comportamenti, con la ripetizione, diventano abitudini.

Le parole hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita.

Le parole vanno ascoltate, comprese, rispettate, utilizzate con cura, raccontate: esse sono il primo mattone su cui si sposano le relazioni durature, i dibattiti costruttivi, la possibilità di condividere una meta chiara e le modalità per andarci, insieme.

Per questo, con Dario Ramerini, abbiamo deciso di dare vita alla rubrica “Avetidità. Le parole contano”, in cui abbiamo pensato di scrivere a venti dita e quattr’occhi l’etimologia e l’applicazione di ciò che conta per fare la differenza.

Perchè Aventidità? 

L’abbiamo chiamata col neologismo Aventidità perché da che mondo è mondo quando si esce fuori dal venti, somma delle dita, si entra in qualcosa di nuovo e tremendamente interessante.

Venti di entusiastica formazione sono quelli che spirano dalle quattro mani con cui scriviamo gli articoli. Perciò Aventidità, per noi, vuol dire venti che inspirano.

Gli antichi chiamavano il principio di individuazione alla base della nostra ricerca “numero” e si narra che fosse stato proprio Prometeo a portarlo agli uomini. Essi prima di lui pareva si fermassero all’apparenza dell’ovvio.

Il primo passo di oggi è dedicare le nostre riflessioni proprio all’etimologia per andare oltre la comunicazione superficiale.

Dario, qual è l’etimologia della parola “etimologia”?

Chi si accontenta può fermarsi a “il vero significato”, Barbara.

Questa associazione, mi ha convinto fino a quando ho visto oltre.

Devi sapere che quando faccio sport tutto gira più veloce.

Allora capita che le parole si schiudano come fiori nella mia mente liberando il loro significato più inebriante. L’estro allora come un insetto mi punge dentro. In questo caso è stata la parola “ciclotimia” che avevo letto il giorno prima in un libro di psicologia.
Nella seconda parte di ciclotimia, ovvero nel “tymos” che significa animo cioè l’intenzione della parola, ho intuito l’essenza di etimologia.

Da lì, “etimologia” può indicare l’atto del conoscere il perché di ogni vocabolo, cioè il motivo per il quale esso sia in grado di dipingere nella nostra mente con determinati colori la forma, proiettandone al tempo stesso l’ombra dell’inconscio collettivo alla quale è collegata.

C’è chi dice che ogni parola sia una ferita aperta, una memoria che mette in guardia le persone mentre la pensano e la pronunciano. L’etimologia descrive proprio questa ferita: è come la voce del legislatore nell’ordine delle parole di potere.

Quando conosciamo l’origine dei vocaboli attingiamo alla ratio, ovvero a quell’intelligenza dialettica che permette di scardinare l’ovvio, il “si dice”, il “così fan tutti”.

Tymos allora diventa il coraggio di scavare nell’ombra, ferma intenzione di destrutturare il proprio dialogo interno per giungere al cuore della comunicazione ecologica dentro quanto fuori.

Quanto conta sapere il significato delle parole, Barbara? E come può aiutarci nella vita privata e nel lavoro?

Uno degli aspetti fondamentali per raccogliere dati di qualità nelle ricerche di mercato è formulare domande che possano essere intese in modo univoco da tutti i rispondenti.

Che informazione potremmo ricavare, ad esempio, se rilevassimo che il 70% degli italiani pensi che l’azienda X sia più “innovativa” dell’azienda Y e supponessimo il significato attribuito alla parola “innovativa” uguale per tutti? 

Se per alcuni “innovativa” evocasse “all’avanguardia nell’utilizzo di soluzioni tecnologiche” e per altri “capace di applicare nuove formule di lavoro, anche in assenza di tecnologia” il cumulo delle risposte non ci porterebbe ad alcun insight, o peggio, potrebbe condurci a prendere decisioni disfunzionali.

Nell’esercizio del professional coaching è imprescindibile verificare il significato che il partner attribuisce alle parole che utilizza, perché la stessa parola può avere sfumature di senso differenti per ciascuna persona.

Per il coach, infatti, chiedere e ascoltare il significato di una parola utilizzata apre le porte alla ricchezza e alla unicità del mondo interiore del coachee, delle sue mappe di lettura della realtà, dei suoi condizionamenti e gli permette di raccogliere strumenti e informazioni per accompagnarlo a una crescita di consapevolezza.

Nei nostri dialoghi quotidiani, solo chiedendo “cosa significa per te”, dimostriamo reale interesse per il nostro interlocutore, reale attenzione e sospensione di giudizio; favoriamo una comunicazione chiara e diretta, l’unica che può essere costruttiva e inclusiva.

Quante volte abbiamo ascoltato senza attenzione? Supposto, interpretato la comunicazione, verbale e non verbale, del nostro interlocutore e lo abbiamo giudicato, senza verificare? Quante informazioni abbiamo perso, quanto tempo abbiamo sprecato, invece di usarlo, in questo modo?

Molti pensano che la lettura del pensiero non esista e, chissà perché, facciamo un sacco di pensate al posto di chiedere semplicemente! I giochi psicologici, cioè quelle abitudini mentali inconsce che mirano a “colpi bassi” partono proprio da questa immaginazione che prescinde dalla comprensione dell’altro.

Le parole in questo caso possono contenere un demone, un significato sinistro che esulando dalla comunicazione va a colpire l’interlocutore proprio lì, sul nervo scoperto.

Facciamo un esempio.

Due persone stanno parlando tra loro e uno dei due argomenta: “Ciò che dici non ha senso”

L’altro reagisce arrabbiandosi all’istante. Cosa è accaduto? Il primo interlocutore ha giudicato; il secondo ha attribuito la propria etichetta al comportamento dell’altro, quando invece avrebbe potuto chiedergli “cosa per te non ha senso? ”, aprendo la possibilità di medicare la ferita pregressa dell’altro, allargando la rosa delle sue scelte di comportamento e incrementando anche la conoscenza di se stesso!

Ogni volta che chiediamo “cosa significa per te” arricchiamo noi stessi di nuovi insight e punti di vista; costruiamo la possibilità di relazioni sostenibili.

Con questa che è definita metacomunicazione, o per dirla alla Edgar Schein, umile ricerca di informazioni, si può tentare di permeare la struttura profonda della frase dell’altro trovando corrispondenze non scontate per le generalizzazioni, cancellazioni e distorsioni significative.

D’altro canto, rimanendo vaghi sull’animo delle nostre parole, l’altro può partire per una ricerca transderivazionale, riempiendo di significati il nostro dire con successiva attivazione del confirmation e self serving bias.

All’opposto,  dimostrare reale curiosità per chi ci sta di fronte è volano di interesse nei nostri confronti.

Dall’interesse reciproco, sostenuto dalla comunicazione chiara e diretta, possono nascere rilevanza e fiducia: Heidegger, questo interesse potenziante, lo chiamava semplicemente cura.

E quindi?

Chiedi sempre “cosa significa per te” a chi ti sta di fronte.

E chiedilo anche a te stesso: ogni occasione è preziosa per accrescere la tua autoconsapevolezza, la tua centratura, il tuo potenziale.

Sono mattoni importanti per il tuo successo.

Un ultimo pensiero. 

L’intenzione sta alla base delle parole che scegli: essa è in contatto diretto col loro significato inconscio.

Puliscila, facendoti le domande: Cosa voglio da questo dialogo? E da questa persona? Davvero?

Tutto questo ti consentirà di avvicinarti ad un’ecologia del linguaggio, funzionale per i tuoi rapporti privati e professionali.


Barbara Galli & Dario Ramerini