fbpx
Aventidità Riconoscere di Barbara Galli e Dario Ramerini

Aventidità: Riconoscere

Cosa vuol dire riconoscere? Il feedback che serve.  

“Eravamo oltre cento persone. Non so come, ma qualcosa mi ha detto che era li. Mi sono voltata e l’ho riconosciuto. In mezzo a oltre cento persone, io l’ho visto, così come era.”

Dario, qual è la #significanza di riconoscere?

Tutto è sempre stato lì, davanti ai nostri occhi.
Il mistero sa, tace e annuisce.

Poi un bel giorno, PUM, un inciampo: qualcosa cade nella nostra consapevolezza.
Il loop è rotto, non saltiamo più alle conclusioni!
Il tunnel dell’orrore, l’eterno ritorno, è finito: si intravede la luce abbagliante al suo fondo!

Sbagliavamo prima cercando sempre lo stesso, il noto, il sicuro, il confortevole e piacevole gusto della casa.
Riconosciamo l’errore… solo dopo averlo fatto: abbiamo sbagliato! In buona fede, senz’altro.


Forse si può conoscere… errare per una vita senza vedere due volte la stessa cosa in tempi diversi.
Riconoscere è come scoprire: quella che da bambini chiamavamo “la piazza”, tutto un tratto ha un nome!
Si chiama Garibaldi, si, piazza Garibaldi come l’eroe dei due mondi, la doxa e l’aletheia, opinione e verità della medesima cosa, entrambi reali quanto differenti.

Riconoscere è scoprire, dare un nome.

Riconoscere è chiamare: avanti il prossimo, lo vogliamo conoscere! E’ lui, il prossimo… si, proprio lui quel conoscente… ma come?
Conoscente e conosciuto possono essere la stessa persona? Forse sì, possono combaciare, possono riconoscersi uno, senza pregiudizi, si intende! Bisogna girare e rigirare il pezzo del Tetris finché abbia il suo senso, un ordine, un’emozione conosciuta e inspiegabile che ci faccia dire “Sì è proprio quello che mancava!”

Riconoscere è esprimere l’importanza e ancora prima la visibilità di chi ci sta di fronte

Ma allora si può riconoscere solo insieme? Eh sì, sembrerebbe.
Senza la relazione, senza lo scambio non si può riconoscere… al massimo si conosce e basta.
Perché?
Perché non ci si fa caso da soli.
Ci vuole un feedback, un nutrimento che ci rende quel tantino più alti da vedere l’inizio e la fine, l’intero, il destino della parte che abbiamo tra le mani.

Riconoscere è una memoria futura: niente di passato c’è per chi ha occhi nuovi!
Notiamo, abbiamo attenzione quando riconosciamo!

Il nostro ascolto è predisposto, l’orecchio è teso all’ignoto che bussa forte al suono del timpano: siamo tutta cognizione, ragione, senno del poi…che è l’adesso, il momento della riconoscenza!

Riconoscere è capire il vero nome delle cose, il loro perché, la ragione attraverso le nostre emozioni.
Riconoscere è accorgersi, farci caso davvero!

L’inverso di riconoscere è ignorare, mettere a tacere il proprio sentire.


Il dolore fa riconoscere, il dolore insegna a vivere perché amplia il sentire.
Chi di noi ha sofferto può avere compassione per l’altro; vederlo per la prima volta nella sua umanità, riconoscerlo come simile nelle emozioni.

Barbara, cosa c’entra il feedback con il riconoscere?

Quante volte ho sentito parlare dell’importanza del feedback in azienda!  

È importante che tu, come prima linea, dia costantemente feedback al tuo team, per controllare lo sviluppo del processo; per reindirizzare se necessario l’operato delle persone che lavorano con te; per farle andare al massimo; per essere certi di arrivare all’obiettivo.”

“Devi partire stabilendo le aspettative, i risultati. E fissare dei momenti intermedi di allineamento.”

“Devi chiarire a Mario che, se capisce che non sarà in grado di rispettare una scadenza, deve informarti almeno 2 giorni prima. E se non rispetta questa regola dovrà aspettarsi il tuo feedback. Con le conseguenze che ne derivano.” 

È dunque questo dare un feedback?
Stabilire dei momenti di incontro con le persone del tuo team e discutere di cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato in un determinato progetto? 

Oppure discutere le motivazioni per una valutazione in un sistema di performance management?

Quando ricevi un feedback, quello che ti aspetti è un giudizio accompagnato da una motivazione e, se va bene, da un confronto su come poter fare diversamente le prossime volte per essere più allineato e performante, avendo riscontri per tempo, non quando l’irreparabile è già stato compiuto, giusto?

Il feedback è un discorso di apprezzamenti e critiche, dove l’apprezzamento è pubblico e la critica privata.
È utile quando ti fa scattare la voglia di dare il massimo, alimentando la tua motivazione oltre a farti venire voglia di passare le notti sveglio per poter contribuire ancora meglio la prossima volta.

Alla parola feedback viene attribuito il significato di “retroazione”.

Nella teoria cibernetica il feedback è quel processo che, dopo che un meccanismo ha compiuto una azione, risintonizza il funzionamento del sistema sulla base del risultato. Se l’effetto è quello atteso, agisce per amplificarlo; se non è quello atteso per attenuarlo o cambiarlo. Il feedback agisce ciberneticamente sull’inconscio, è un dato di fatto, il problema è che lo fa secondo una sua logica di tornaconto, ma possiamo sapere come accorgerci.

Per attivare un feedback è necessario anzitutto accorgersi di qualcosa.

E, quando si è tra persone, prima ancora di qualcuno.

Per dare un feedback è vitale che tu riconosca chi hai di fronte.

Per riceverlo, che la persona che ti dà un feedback riconosca te.

Perché il feedback sia utile ed efficace il riconoscimento deve essere reciproco. Un feedback che funziona fa nascere una relazione e la alimenta. 

Come puoi dare concretamente un feedback utile?

Da professional coach utilizzo principalmente 2 tipi differenti di feedback: quello di riconoscimento e quello di miglioramento.

Il feedback è uno strumento importantissimo nelle sessioni di coaching perché consente di rispecchiare al partner qualcosa di utile allo sviluppo del processo di accrescimento della sua consapevolezza e al suo cammino verso l’obiettivo desiderato.

Il feedback, di qualsiasi natura sia, apre prospettive, sblocca.

Ma deve essere fatto bene!

C’è una struttura ben precisa da seguire perché sia funzionale. E deve essere autentico e rispettoso.

Ciò che più mi ha colpito quando ho studiato il feedback nel coaching è stato l’incipit della frase con cui il coach dà il proprio feedback al partner. Ed è sempre lo stesso, sia che il feedback sia di riconoscimento o di miglioramento: “io ti riconosco”.

“io ti riconosco la qualità, la capacità, il potenziale di…”

“io ti riconosco un’area di miglioramento relativamente a…”

Dietro questo riconoscere c’è tutta la meraviglia della scoperta, del vedere chi ci sta di fronte, dell’accogliere

C’è il desiderio di conoscere senza pregiudizio, per poter accompagnare, perché sai di non sapere cosa c’è dietro ciò che l’altro racconta. E proprio per questo capisci che l’unico modo per farlo uscire è ascoltare con attenzione, cura. Con le orecchie, con gli occhi, con le mani, con le emozioni.  

Chiedere. Con genuino interesse.  

Per ascoltare attivamente devi lasciare andare e al tempo stesso richiamare: lasciare andare il focus su di te e richiamare le tracce che le sensazioni che hai vissuto in esperienze simili ti hanno lasciato.

Attivando una specie di “ricordo del futuro”.

Il feedback costruisce valore. Attraverso la relazione, che si consolida tramite l’ascolto, il rispecchiamento, l’empatia.

Il feedback deve essere rispettoso. Non può essere dato indiscriminatamente. E non segue necessariamente le regole ferree della pianificazione aziendale.

Ti trovi in una riunione in cui stai discutendo lo stato di avanzamento di un progetto? Bene, prima di partire raccontando cosa ne pensi

  1. Dai il benvenuto
  2. Elimina le distrazioni (il cellulare per una mezz’ora lo puoi ignorare)
  3. Chiedi  

Dai all’altro la possibilità di raccontarti come secondo lei o lui le cose stanno procedendo, quali sono gli ostacoli, le opportunità; quali sono i blocchi che sente e le risorse che ha.

  • Ascolta il racconto e verifica cosa lo supporta. “a cosa ti riferisci esattamente”? “Cosa è accaduto?” “Chi c’era? Mancava qualcuno?”
  • Metti luce sui fatti e sulle circostanze. Allontana e allontanati dalle opinioni, favorendo la sospensione del giudizio.
  • Ogni tanto ripeti ciò che ti viene raccontato: dimostra ascolto, ti aiuta a capire se hai capito, aiuta il tuo interlocutore a capire se ha detto esattamente ciò che aveva in mente, come lo aveva in mente.

E, solo ora, puoi dare il tuo feedback. Ma prima, chiedi il permesso.

“Ho un feedback da darti posso farlo ora?”

Et voilà. Sarai ascoltato. E costruirai qualcosa, con l’altro essere umano che ti sta di fronte.

L’inverso di conoscere è mettere a tacere il proprio sentire. Sotterrarlo sotto il giudizio e la fretta. Invece che apertura e collaborazione otterrai allora il blocco. Il tuo interlocutore si sentirà attaccato, alzerà meccanismi di difesa e attaccherà, scapperà o si fingerà morto.  

Ripensa alla tua esperienza, ai feedback che hai ricevuto. Quali ti sono stati davvero utili?

Rosenberg, nel suo libro “Le parole sono finestre oppure muri”. Parla della comunicazione gentile. Quella che ascolta. Quella che chiede il perché. Quella della relazione e della reciprocità.

Il feedback è un dono, usalo con cura.

Le parole influenzano i pensieri. I pensieri impattano sui comportamenti.
I comportamenti, con la ripetizione, diventano abitudini.
Le parole hanno un ruolo fondamentale nella nostra vita.

Per questo, con Dario Ramerini, abbiamo deciso di dare vita alla rubrica “Aventidità. Le parole contano”, in cui abbiamo pensato di scrivere a venti dita e quattr’occhi l’etimologia e l’applicazione di ciò che conta per fare la differenza.

L’abbiamo chiamata #Aventidità perché da che mondo è mondo quando si esce fuori dal venti, somma delle dita, si entra in qualcosa di nuovo e tremendamente interessante.

Venti di entusiastica formazione sono quelli che spirano dalle quattro mani con cui scriviamo gli articoli. Perciò Aventidità, per noi, vuol dire venti che inspirano.


Barbara Galli & Dario Ramerini

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo!

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su linkedin
LinkedIn